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IMAGINA cafè
Presenta
ALESSANDRA D'AGNOLO
a cura di Domenico Sità
INAUGURAZIONE 24 novembre 2009 dalle ore 19.00
Il processo fotografico è per Alessandra D’Agnolo strumento principale di ricerca, sebbene il suo interesse si muova aldilà delle opportunità offerte dal mezzo tecnico. Il momento originario del suo lavoro rimane la scelta del soggetto reale ma da questo l’autrice trascende per giungere ad ulteriori mete. E ciò diventa possibile grazie al lavoro di riporto su acciaio, metallo o carta di vario genere sul quale l’artista interviene in un momento successivo; è attraverso questa pratica che la D’Agnolo perviene ad una ininterrotta ridefinizione dell’immagine. Il punto d’arrivo della sua opera infatti non è esattamente ciò che è fermato dallo scatto, ma la possibilità di mostrare la condizione, tangibile e psicologica, della dimenticanza e dell’abbandono degli ambienti, dei luoghi, dei personaggi ritratti.
Di questa complessa trama di presenze e di paesaggi la D’Agnolo vuol far emergere atmosfera ed emozioni. Ecco quindi che l’autrice si muove entro terreni lontani dalla civiltà e dal brusio degli uomini, per incamminarsi verso l’analisi di voci e di presenze passate che hanno lasciato tracce del loro vivere. Sono scie impercettibili, che si possono solo respirare e che per questo potrebbero non essere consegnate attraverso l’immagine; si tratta in alcuni casi di qualcosa di molto simile dell’odore acre e persistente della fuliggine che, con uno spostamento di sensi, l’autrice riesce a tradurre visivamente.
Significativi in tal senso sono i lavori riguardanti l’antico sanatorio Saccasessola e l’ex ospedale psichiatrico San Clemente.
In stanze deserte, distrutte e fatiscenti, trovano collocazione sedie accatastate, materassi ammuffiti, tavoli; tutto ci riconduce a suoni dolenti, a figure erranti, a personaggi afflitti. Sembrano comparire fantasmi del passato che si concretizzano sotto i nostri sguardi. Questa atmosfera non potrebbe essere così intensa senza quella gamma di possibilità del fare artistico che sono messe in campo nel momento successivo allo scatto, nel momento cioè della partecipazione attiva dell’autrice. E’ questa l’ingerenza grazie alla quale ci si ritrova avvolti in una atmosfera in cui riecheggiano voci e si concretano movimenti. Il silenzio davanti all’immagine è davvero la condizione necessaria per un muto colloquio con la concretezza dell’opera.
Si tratta in definitiva di frammenti di spazio colmo di un proprio valore, sebbene vuoto e dimenticato. Anzi, essendo privo di elementi inopportuni, quali l’estranea presenza umana morbosamente curiosa, quel luogo rivive della propria vita.
L’opera della D’Agnolo procede per cicli in cui, di volta in volta, si focalizzano alcuni aspetti del percorso sul quale l’autrice sta transitando. Efficace è quello in cui l’artista si fa fotografare rinchiusa in un sacco di plastica. La figura umana è ribadita ancora una volta all’insegna dell’ambiguità, della presenza negata; nulla infatti è più lontano da una umanità palpitante che un corpo soffocato in un anonimo e freddo contenitore di poliuretano. La struttura corporea si intuisce, i volumi emergono, ma il sacco, che generalmente è deputato a contenere i prodotti di scarto dell’uomo, ora invece accoglie un individuo, anch’esso abbandonato, dimenticato, messo da parte. Anch’esso ora è delocalizzato in un non-luogo ove è raggelato ogni rimando temporale.
Ed alla immobilizzazione dei riferimenti spazio-temporali rimanda il ciclo Pompei. Si tratta in questo caso di alcune fotografie scattate a calchi di uomini scomparsi durante l’eruzione.Bloccate,fermate, presenti e contemporaneamente assenti per sempre,le figure di questa serie sembrano nascere dallo sfondo che le circonda,come se emergessero dal campo cromatico circostante; ma questo breve istante non suggerisce vitalità; piuttosto è riconferma del vuoto al quale appartengono ed al quale rimangono vincolate.
La percezione dell’assenza e dell’abbandono informa dunque di sé l’opera della D’Agnolo; percezione di una mancanza che è già delineata o che è prossima a venire.
Testo di Chiara Gattamelata
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